Autore Topic: ma allora...............  (Letto 863 volte)

settedue

  • Ottimotifoso
  • ****
  • Post: 2061
    • Mostra profilo
    • Passione Viola
ma allora...............
« il: Febbraio 10, 2005, 03:51:13 pm »
esistono ancora Giornalisti che non fanno come le tre scimmiette.

Dino Zoff, una lezione di stile agli smemorati

Veleni e interessi Dietro l'accanimento del Palazzo contro la Fiorentina, l'ultimo episodio sabato scorso a Marassi, c'è la pressione dei potentati pallonari contro i fratelli Della Valle che vogliono scardinare gli equilibri consolidati nell'oligopolio calcistico e si battono per innovare

GIANNI MINA'

Ora anche Luciano Moggi, direttore generale della Juventus, che tiene costantemente molti pavidi cronisti calcistici del nostro tempo, sotto schiaffo col suo sarcasmo, si lamenta degli arbitri e giura che il Milan è stato palesemente aiutato nell'incontro con la Lazio dall'arbitro Rosetti, che non ha mostrato il cartellino rosso a Stam dopo l'entrata su Rocchi ed ha convalidato il gol del 2-1 di Crespo che era in fuorigioco. Lotito, presidente della Lazio e appassionato di latino e di filosofia, lo incalza affermando che purtroppo «il calcio è l'immagine della nostra società». Lui evidentemente lo sa bene. Ma, pur non essendo aduso alle loro logiche, questa volta mi sento di dar ragione alle esternazioni di questi protagonisti del teatro del pallone e obbligato a spiegarne il perché.

E' in atto da tempo, e in particolare da quando il Ministro Gasparri ha tirato fuori dal cilindro politico invece che un coniglio il «digitale terrestre» (il nuovo sistema di fruizione delle immagini di un evento), una guerra d'affari che vale milioni di euro e che Mediaset, l'industria del patron Berlusconi (del quale il Milan sta per ritirare la maglia di presidente come se fosse addirittura Franco Baresi) ( :eek:  :eek: questa è bellissima ndg) pare poter vincere.

Questa guerra dei diritti tv, che già qualche anno fa fece poltiglia del povero Vittorio Cecchi Gori, illuso di poter fare concorrenza con Telemontecarlo, nello spettacolo calcistico, alla Rai e a Mediaset, sta facendo nuove vittime che non sono soltanto la Lazio «operaia» di Lotito, ma incomincia a sfiorare anche gli interessi della Juventus, l'alleato di sempre che, dopo la morte dei fratelli Agnelli, non ha più una copertura economica e di potere come prima.

La vera sovversione da abbattere per Mediaset però è diventata la Fiorentina dei Della Valle, che, badate bene, solo per un principio di mercato, per un anelito di quel liberismo tanto strombazzato da Berlusconi, si è messa di traverso per iniziativa del suo azionista di riferimento, rompendo quel giocattolo chiamato Lega. Un giocattolo che Galliani, proconsole di «Colui che tutto guida» (dalla tv all'editoria, alle assicurazioni, al cinema, alla Casa delle Libertà, alla pubblicità, alle veline), teneva saldamente in mano con la scusa che non si trovava nessuno per sostituirlo.
Il buon Adriano, pur essendo esperto del settore, si era guardato bene dall'avvisare dell'arrivo dei nuovi sistemi di trasmissione televisiva (come il digitale terrestre) la banda di sprovveduti che ogni tanto frequentava la sede della Lega a Via Rosellini a Milano per rimediare un po' di aiuti e qualche generosa elemosina. Malgrado il calcio non si possa giocare solo contro se stessi, ma sia indispensabile avere anche un Chievo o un Siena di fronte, Galliani, allora d'accordo specialmente con Giraudo e Moggi della Juventus, aveva pensato che tutto si potesse sempre risolvere con un po' di paternalismo, facendo perfino credere che lui stesso poteva farsi da parte.

Quando, proprio nel bel mezzo della implosione del calcio professionistico italiano, raso al suolo da questi metodi di gestione, è arrivato però nell'ambiente un imprenditore come Diego Della Valle, non ricattabile sul piano economico e politico, sono incominciate le divergenze sulla divisione del bottino, che le «grandi» del nostro pallone volevano quasi tutto per sé. Si è palesato però anche, clamorosamente, l'ennesimo e grandioso conflitto di interessi di un Presidente del consiglio, anche presidente del Milan e, attraverso Galliani, della Lega, che, conoscendo in anticipo gli sviluppi politici (la legge Gasparri) e tecnici (l'avvento del digitale terrestre), ha potuto prima di qualunque altro imprenditore e prima di qualunque presidente di società di calcio professionistica, assicurarsi questo big business, addirittura enorme in prospettiva.

Ma purtroppo un imprenditore come lui, non così forte in politica, ma solido economicamente, ha incominciato a convincere quelli che prima si presentavano tremebondi davanti a Galliani, a chiedere di rivedere i conti, di rivedere tutto. E questo ostacolo non significa soltanto problemi per le ambizioni del Milan, ma innanzi tutto per le mire di Mediaset. Per questo Adriano Galliani non può più andarsene dalla presidenza della Lega, come aveva lasciato credere.

E allora, improvvisamente, gli arbitri hanno incominciato a tartassare più del normale la Fiorentina nelle ultime quattro o cinque giornate. Addirittura in modo imbarazzante nelle ultime due. Ora qualche collega potrebbe chiedermi su che cosa baso il dubbio che alcune «giacchette nere» possano aver soggiaciuto a questo vil ricatto. Mi è facile rispondere che la storia degli arbitri di calcio in Italia ha episodi e prove in quantità, che ricordano quanti figli degeneri ci sono stati pur in mezzo a una stragrande maggioranza di persone perbene. E le notizie sulla vulnerabilità morale dei direttori di gara del football che arrivano dalla rigorosa Germania, fanno intendere che la «sudditanza psicologica», se vogliamo esser buoni, o la «corruzione», se vogliamo essere cattivi, è purtroppo di casa anche in questi santuari dello sport, perché il calcio, come dice Lotito «è lo specchio della società».

Inoltre l'imbarazzante scelta di due designatori arbitrali nel nostro calcio professionistico dimostra che, senza essere condiscendenti con le squadre che contano, carriera non se ne fa.

Così quando vedo dei colleghi rimbrottare in televisione una persona perbene come Dino Zoff, uno che non ha mai parlato a sproposito come tanti dirigenti, tecnici, giocatori e giornalisti del nostro mondo pallonaro e addirittura proclamare la solita frase retorica «Zoff se sa qualcosa faccia i nomi», sento quanto la categoria sia spesso ipocrita e carente di memoria.(magistrale ndg)

E' successo solo nel 2000: Dino Zoff, contro ogni pronostico, porta la nostra Nazionale alla finale degli Europei, che perde all'ultimo secondo perché Totti si dimentica di trattenere qualche attimo in più la palla a mezzo campo e perché per una somma di coincidenze negative, Nesta, Cannavaro e Toldo mancano per pochi millimetri il pallone che Wiltord butta dentro. L'indomani invece di esaltare l'impresa della squadra alla quale Dinone aveva ridato un'anima e una popolarità, il Presidente del consiglio Berlusconi si getta lancia in resta, e con una veemenza inusitata anche nelle sue diatribe politiche, contro di lui, reo di non aver fatto marcare a uomo Zidane, che, come tutti ricordano, in quella partita fu praticamente assente.

Il tono usato «anche uno stupido avrebbe intuito quello che bisognava fare» e il bollo di «incapace» costrinsero una persona dignitosa come Zoff alle dimissioni. In realtà il capitano della Nazionale campione del mondo di Bearzot aveva commesso, agli occhi del nostro premier, un solo errore imperdonabile: restituire interesse e popolarità alla Nazionale, mettendo quindi in crisi il progetto più volte coltivato, per meri motivi economici e di interesse, di ridimensionare la Nazionale stessa, la sua attività, il suo richiamo televisivo, il suo utilizzo (scandalosamente gratis) dei campioni, o presunti tali, dei grandi club. Zoff è uno di quelli che non si piegano, come il suo successore Trapattoni, anche lui mai aiutato dalle grandi società. Adesso, addirittura, Dino è diventato il tecnico della squadra di Diego Della Valle, quello che vuol fare le pulci alle entrate della Lega e alla torta dei nuovi diritti tv finiti nelle mani di Mediaset.

La Fiorentina avrà anche commesso errori di conduzione tecnica, ma è palese che questa persecuzione tentata dal Palazzo nei suoi confronti nasconde una squallida storia di soldi, di quell'economia neoliberale dove ha ragione solo chi fa il colpo prima. E per favore, i colleghi non abituati a ricordare, ci risparmino almeno l'ipocrisia di non capire a quali storie Dino Zoff, educatamente sbuffando, voleva riferirsi. (applausi a scena aperta ndg)

I vari piccinini liguori e compagnia danzante dovrebbero prendere esempio da giornalisti, forse fuori moda, come il vecchio Gianni.